_sotto un cielo porpora
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Miliardi di cose da fare, problemi da decifrare, tempo che fugge troppo rapidamente: sono i problemi di tutti, tutti i giorni. Non puoi farcela. Senza mai fermarti. Eppure ti sei piaciuto in quei momenti in cui ti sei fermato, ce ne saranno ancora? Impossibile, ma poi accade. Il cielo è sempre lì, non si stanca mai. Perché? Sempre intenso, azzurro, a volte corrucciato, ma talvolta accade che si tinga di un colore assurdo: porpora. Impossibile, ma poi accade. Serena Natali, Adalgisa Romano, Alessandro Sgarito, Epifanio Spina, Fabrizio Trotta colorano di porpora il cielo dell’arte contemporanea. Un po’ come dire che il mercurio cambia colore e diviene viola. Si accendono i riflettori per il life box di Adalgisa Romano, si spengono per le ombre di Epifanio spina; la musica si eleva di nero per Serena Natali, si rompe per Fabrizio Trotta; la polvere diviene oro per Alessandro Sgarito. Serena Natali enumera volti narcotizzati da luci dirette. Una larga schiera di flash accecanti distoglie dall’obiettivo i protagonisti abbagliandoli negli attimi di posa. L’improvvisazione si palesa nei movimenti dei suoi protagonisti, nei gesti della sua mano mai ferma per uno scatto, ma non è realmente questo che avviene. La meditazione sottende il tutto. Una mente attenta progetta con calma ogni passo, lentamente nel tempo: la Natali ha cogitato esattamente ogni particolare dei suoi scatti deliberando con attento studio quando cogliere l’attimo. Pare improvvisata la sua arte, colta quasi per caso in baleni di totale astensione da tutto; per cogliere il movimento, potenziare le luci serve solo un momento, quello giusto. Lo cerca, lo studia, lo aspetta l’istante opportuno Serena Natali, ecco perché i suoi protagonisti non hanno contorni, ogni volto è al posto giusto. La preziosità di divenire irripetibile e impareggiabile si attua. Percorre un iter quasi surreale negli scatti delle sue sfere Adalgisa Romano. Atomi primigeni di un ‘Corpo’ grande quanto uno stipo che accoglie gente di ogni dove, emozioni di chiunque, segni di qualcuno. E’ un ‘Corpo’ il progetto artistico della Romano, un umanissimo Corpo con l’iniziale maiuscola che necessita di osservazione, comprensione, attenzione nella fase iniziale della sua esistenza (ed ecco nascere i suoi scatti su alluminio, sfere smisurate che incuriosiscono e possono solo essere osservate e recepite). Inevitabilmente si cresce grazie al tempo e alle esperienze e il ‘Corpo’ si confronta (ed ecco che le forme si dilatano, tanto ed emerge un armadio, una stanza dove mangiare, dormire, cantare, recitare, suonare). Ogni ‘Corpo’ umano viaggia, si confronta, si presenta, si emoziona (ed ecco che la stanza esplora nuovi orizzonti, si confronta con nuove esperienze musicali, teatrali, tante quante ognuno avrà il coraggio di esporle e l’ingegno di innovarle e si emoziona, inevitabilmente, perché ogni confronto è sempre un emozione, non importa se positiva o negativa). La mente di un ‘Corpo’ ricorda facilmente le cose importanti (ed ecco che una telecamera a ciclo continuo riprenderà l’importanza di ogni vissuto, la cardinalità di chiunque abiterà il ‘Corpo’ della Romano). Ad maiora ‘Corpo’. Sfruttando l’ambivalenza dell’arte contemporanea Alessandro Sgarito presenta parte delle sue idee su supporti estremamente diversi, tavola e computer. Ognuno di noi ha certezze grandiose ed incertezze solidissime: nessuno delle due diventerà l’altra. Sgarito lavora con entrambe su entrambe: nell’incertezza della pittura appone tratti certi che gli sono vicinissimi (carta, video cassette liquidate, chiodi, cellofan), nella certezza della sua passione e delle sue abilità (arte e computer) video-installa costruzioni che crescono con la musica e sconfina in cubiche costruzioni. Sfruttando mezzi di comunicazione all’avanguardia e per alcuni desueti nei lavori di pittura prevale un latente senso di protezione, ogni lavoro è arricchito di un particolare materico e inevitabilmente protetto da cellofan, chiodi, spago. Affascina la traccia di inconsueto di Sgarito, seduce la sua ricerca di comunicare attraverso il contemporaneo intrinseche meditazioni. Gioca con le ombre e le luci Epifanio Spina. Il buio è il soggetto di ogni scatto in cui si intravede in superficie un volto, unica luce di tutta la rappresentazione. Avvolti in un alone di mistero i suoi personaggi hanno la pelle di porcellana. E’ possibile fotografare l’impercettibile? E’ possibile fotografare i volti e gli sguardi delle donne e degli uomini che lo cercano. Ma questo sarebbe cronaca, non arte, non poesia come si legge in Spina. Il buio è protagonista, i volti non sono importanti, spesso in attesa, protesi e placidi, riconciliati con la mente e l’anima, chiusi nei loro ricordi, nelle loro speranze creano le strofe di una poesia dalla rima baciata. Quel buio ha la magia di serbare tutto, ecco uomini sereni, pensosi, in preghiera, che lasciano i contorni e guardano altrove chiusi in una leggiadria spazialità fotografica che li rende eterei ed eterni. Ripercorre i passi di Arman Fabrizio Trotta, questo emerge all'istante. Ognuno ha punti di riferimento cardinali a cui rifarsi per le proprie ambizioni, si è maturi quando questi divengono trampolino di lancio per l’altrove. Il Nouveau Réalisme è lontano chilometri dalla vision di Trotta che crea una perfetta sintonia tra la rottura dell’oggetto musicale e i gesti cadenzati del fondo. La musica è l’arte più antica. L’arte è sinfonia perfetta per l’animo. Entrambi traggono ispirazione, entrambi comunicano. Potrebbe bastare per parlare di Trotta, ma l’arte poetica va oltre, laddove si nota il vero protagonista: il colore, non i brandelli dei suoi violini. I personaggi principali sono spesso rintracciabili in ciò che meno è evidente, in chi nel silenzio sa lasciare un segno, la tecnica vivace, le nuance ritoccate con estremo dettaglio hanno il primordio di essere interpreti di una musicalità artistica protesa a volare lontano. |
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