Per gusti sopraffini è la cultura; nelle sue molteplici sembianze si sostanzia di conoscenza e si presenta nelle più svariate articolazioni. Quando se ne parla si è portati a pensare che sia univoca, lontana da accostamenti a volte insoliti che invece la rendono decisamente viva e particolare.

La cultura, e nello specifico l’arte contemporanea, si abbina, si estende e si connota di particolarità rintracciabili in svariati ambiti, palesandosi combinabile e praticamente creativa.

Una combinazione è ‘Liscio come l’olio’, nuovo ed insolito progetto, che si avvale di linguaggi e percorsi plurisensoriali ed attua un confronto artistico-culturale creando un parallelo gastronomico tra olio e arte contemporanea. Versatilità, reperibilità, conservazione e raffinatezza gustativa alcune tra le peculiarità individuabili nell’uno e nell’altra, entrambi esclusivamente per palati raffinati.

Una proposta diversa per degustare i lavori di sette artisti e sollecitare la vista ed il palato: Pierluigi Antonucci, Gennaro Barci, Giuseppa Corri Russo, Angelo De Boni, Giulio Manglaviti, Fabio Milani e Ros.

Appare influenzato da un viaggio in Cina, Pierluigi Antoucci, reduce da un’esperienza che gli consente di portare con sé l’arte della calligrafia  segnica risentendo dell’imperiosa suggestione del passato artistico della nazione. Antonucci elabora una pittura in cui le componenti incontrollate e gestuali assumono valori conoscitivi e di ponderazione sulla realtà.  Una fine scrittura nera diviene la sua sigla stilistica; un universo quasi molecolare di piccoli segni continuamente reiterati con inesauribile pazienza fino a coprire la superficie del quadro di una fauna pulsante di lunghi underscore e ridottissimi accenti. L’idea di fondo è quella del movimento: un ritmo esagitato di piccoli segni occupa tutta la superficie. La trama allude a un branco di piccoli pesci o al movimento della folla, visti attraverso un telescopio o un microscopio. Il processo creativo di Antonucci evidenzia qualche affinità con la libera composizione di Mark Tobey, sebbene in una versione molto energica, dove i segni che si infittiscono sulla superficie o le macchie di colore blu, rosso, verde consentono di distinguere un dipinto dall’altro e affidano un valore introspettivo. L’artista crea con la sua pittura un mondo alquanto silenzioso; ovviamente i suoi underscore rendono la superficie dinamica, niente affatto statica, poiché si presta a molteplici soluzioni e interpretazioni. Anche la luce viene assorbita, entra a far parte del gioco dei tratti. Quello che avvalora l’operato dell’artista è che tutti  i piccoli segni non nascono prima nella mente come non sono smembramento di un pezzo unico, ma serbano la peculiarità che in un tempo e in uno spazio decisi accada qualcosa che stimoli la percezione dell’osservatore individuandone sensi e identità.

E’ movimento l’arte di Gennaro Barci. Nuova leva dell’arte contemporanea, si è avvicinato all’arte per istinto, per dar sfogo alla propria essenza e per ritrovare quella della sua anima. Un movimento continuo ed incessante, come la sua perenne ricerca artistica,lo spinge a varcare i confini di quella tipica catalogazione che si fa quando si parla di arte. ‘Una totalità nell’unità’, un’anima che si vuole ritrovare nelle opere, un colore continuamente in movimento sul supporto che lo sostiene e che è spazio per il suo continuo divenire.

Un dialogo con il quadro, un contatto diretto ed istantaneo come il gesto che lo muove. Partito dallo studio del colore, apprende giorno dopo giorno l’interazione che il colore ha prima con se stesso, poi con gli altri e poi con la sua estensione, il campo nel quale muoversi.

Opera attraverso quello che Gennaro chiama ‘blending’, un mescolare i colori che scivolano e che si fanno strada gli uni tra gli altri. È così che trova la capacità di estraniarsi e di liberare ciò che ha dentro. I suoi lavori sono lo specchio dell’anima, della sua prima di tutto,<libera di esprimersi e di rendere espressiva anche una semplice goccia di colore su un piano...>.

Lo smalto gli consente soluzioni sempre differenti, insolite, con superfici ora gommose, ora ruvide, ora esclusivamente lisce, riverberanti <in un processo che è volontaria e ricercata casualità...>.

Gennaro è una nuova leva dell’arte che non smette mai di stupirsi.

In controtendenza con le presenze monumentalizzanti degli scultori contemporanei Giuseppa Corri Russo emerge sviluppando un lavoro che si dipana attraverso una linea scultorea sobria e poco appariscente dai significativi rimandi mitologici e concettuali. Attraverso un catalogo di sculture diversificate per fogge, le solide opere d’arte sono costruite secondo regole che le rendono perfettamente statiche nella loro leggiadria e sobrietà e che divengono oggetti funzionali e figure reali mostrando la natura seducente e al contempo contemporaneo del loro essere ’oggetto d’arte’. Risulta chiara un’attenzione verso una prassi elegante e sobria, razionale e geniale nelle motivazioni più profonde, molto vicina a lasciare un segno di classicità sfruttando i mezzi del contemporaneo. Esattamente in questo risiede la maestria dell’artista, nell’abilità di rimembrare la classicità del mito impiegando con l’acume ogni segno del presente. La Corri Russo opera ai confini di un gusto volto al futuro che non rinuncia a porgere un commento all’idea; ogni opera detiene l’essenza dell’intera resa finale divenendo il cuore di un pensiero e di una poetica elegantissima destinata a perdurare. In equilibrio è l’arte di Angelo De Boni.Un equilibrio che si destreggia tra le molteplici vibrazioni che si assaporano nelle sue tele.

Bianche, candide come la purezza del silenzio si ampliano di un essenziale e leggiadro apporto materico che le caratterizza.

Un percorso ancestrale lo porta sin qui a comprendere come l’essenzialità si trasformi in un dialogo latente che, silente, crea un linguaggio emozionante e ricercato. La tela diviene campo, terra di nessuno e di tutti, spazio illimitato dove le sensazioni campeggiano libere e imperiose.

Il bianco è dominante e assoluto. Per De Boni il monocromo è la fonte alla quale attingere per rigenerarsi e dalla quale il tutto e il niente riparte per divenire energia pura, comunicazione immediata colta nel suo nascere ed essere. Pochi i segni, perché è la tela a conversare. Sono impercettibili le traiettorie che si possono scrutare sulla tela e che attribuiscono alla essenzialità geometrica della composizione un tentativo chiaro per poter individuare ed ascoltare.

Trepidazione che è sempre se stessa nella sua comunicazione e che muta nella sua percezione.

Un’opera nell’opera, un quadro in se stesso, incisioni di pensieri, cammini segnati, intrapresi e percorsi. La pittura di Giulio Manglaviti si articola così: si spiega dal suo supporto e vi ritorna, come se tutto nascesse e si esaurisse lì, in un unico centro nevralgico.

Espressione di sé, le sue opere raccontano un io che si distende, vibra, si agita e si percepisce nella sua maggiore profondità. Una cornice che racchiude e inquadra gli avvenimenti e le comprensioni, agitazioni e rilassamenti. Il colore centrale è lo stesso che lo incornicia proprio come se il tutto fosse sempre e solo in sé, al di là del resto, oltre l’apparente, ben lontano da quel che c’è intorno.

Il giovane talento all’apparente rigorismo seriale e cadenzato alterna e oppone un’irrequietezza gestuale e ideale.

Sembra circoscritto alla centralità delle opere il suo ego sistematico, fremente e trepidante, pacato e disteso avvolto da colori che si evolvono rapidamente e che da fondi monocromatici e pure distese si articolano in ulteriori densità e sovrapposizioni di colori.

I suoi lavori racchiudono una visione compatta e personale delle realtà circostanti, a cui si relaziona in modo soggettivamente timido e particolarissimo. Una pittura di estremo interesse quella di Giulio Manglaviti la cui chiave di lettura è necessario cercarla nel proprio intimo.

L’arte contemporanea è alquanto giovane ed è in continua trasformazione,figurativa o astratta che sia e si manifesta in dissimili forme, certamente per mezzo del colore, ma anche del non colore, esprimendo una realtà esterna ma anche interna.

Attraverso la semplicità della bicromia e l’onnipresenza dell’argento (il non colore) l’artista si applica a non precipitare nel largo malinteso di confondere la semplificazione con la banalizzazione. L’arte di Milani ha l’obiettivo di far uscire lo spettatore dal quotidiano inoltrandolo in uno spazio dove, se fortunato, potrà rinvenire suggestioni inattese sulla vita e su se stesso.

Dopo una ricerca ridondante nei toni e nelle disposizioni Milani cerca  nuove possibilità comunicative e inizia ad usare l’argento, come per rischiarare la presenza dei sentimenti soggettivi sulla tela che diventa basamento o matrice da improntare con leggerezza, ma anche luogo fisico dove le tracce possono essere generate con eleganza e sobrietà. In fondo a tutta la ricerca c’è un intrinseco linguaggio verbale: Milani dispone una vera e propria poesia che si inquadra sulla tela come in un momento di vita particolareggiato. Una pittura controllata dove protagonista è lo spazio attorniato dalle diversità del non colore. Un linguaggio fermamente meditativo dove l’equilibrio l’artista lo rintraccia tra le forme blande centrali di colore e la libertà dell’argento. Non sono in gioco solo abilità percettive, ma anche stimoli irrazionali ed impulsivi. Ha una natura contemplativa l’arte di Milani essendo riuscito a riconsegnare alla pittura una delle basilari caratteristiche: risvegliare situazioni non terrene nobilitate dal non colore e dalla luce.

‘Poeta della libertà creativa’ Ros si è dedicato alla riscoperta della pittura gestuale ma cogitata, con toni che intrigano l’osservatore in una griglia cromatica. Una pittura ‘spregiudicata’ perché non teme le incomprensioni del vasto pubblico, ‘aggressiva’ nella rapida gestualità, ‘fantastica’ nella visione finale, ‘allergica’ al rigore e all’ordine, ‘irrazionale’ perché giocata sul filo emotivo dell’astrazione informale. <Un processo istintivo> definirei spontaneamente il modo di dipingere dell’artista, innescato dalla stesura di un primo colore cui fa seguito la sovrapposizione di altri, secondo un piano che è ignoto all’autore, ma dal quale si lascia trasportare. Ros si colloca come l’interprete più energico di una pittura basata sul colore, un colore sovrapposto ad altri. La superficie del dipinto è considerata il luogo adatto alla registrazione dei gesti, macchie o pennellate che risultano inscindibili dall’azione che le ha generate. Il dipinto per Ros non è la superficie, ma il piano che vi è immaginato, è il piano che si muove nella mente che consente di attuare soluzioni talmente intrise di segni e toni. Sono una dichiarazione di uno stato d’animo, di una visione della propria interiorità, ma anche una reazione al mondo esteriore che suscita pulsioni e azioni tenaci; ma a uno sguardo più attento ci si accorge che è il gesto dell’artista il soggetto reale. Lo spazio dell’opera non presenta un’immagine con un centro e una periferia, ma una distesa piana di tratti che determina l’idea di una continuazione oltre i bordi, al di là del reale. La pittura si configura come una sorta di scrittura nera (black painting) in cui il tono scuro si materializza in una fine calligrafia che potrebbe diventare la sua sigla stilistica. Una fauna pulsante di piccole virgole e minimi accenti, questo appare il meraviglioso mondo di Ros; il suo lavoro è quasi un universo molecolare di piccoli segni continuamente iterati con infinita pazienza.

giulio manglaviti - particolare

pierluigi antonucci

ros - particolare

gennaro barci

angelo de boni

fabio milani - particolare

giuseppa corri russo - particolare